
Il progetto, dopo alcuni mesi di quiete ha ricevuto un interessante aggiornamento, e con la build 20110828 porta sui nostri pc la versione 2.3.5 di Android. Il changelog è davvero interessante, vediamolo assieme:
Mentre persistono ancora dei problemi, agli sviluppatori conosciuti:
Il progetto appare interessante per i suoi molteplici utilizzi, infatti può risultare parecchio utile sia agli utenti che vogliono provare il sistema prima di acquistare un terminale equipaggiato con Android, sia agli sviluppatori che necessitano di ambiente virtuale per testare le proprie applicazioni. Personalmente, spero che lo sviluppo di questo prodotto prosegua, in modo da avere un prodotto il più simile possibile ad una normale distro GNU/Linux.
Linus Torvalds è intervenuto a sostegno di una tesi molto particolare sul futuro d’Android nei riguardi del kernel di Linux: non è soltanto la Free Software Foundation a preoccuparsi di quanto sarà del prodotto di Google in seguito all’acquisizione di Motorola Mobility. Torvalds apre alla possibilità che torni nel ciclo di sviluppo.
Non prima di quattro anni, però: Torvalds guarda ad Android esplicitamente come a un fork di Linux, non solo per averne rimosso i driver. Greg Kroah-Hartman ha spiegato che le differenze riguardano un framebuffer completamente diverso e un sistema di sicurezza «bizzarro». Eppure, lo sviluppo parallelo potrebbe incontrarsi di nuovo.
Torvalds è sicuro che le strade d’Android e Linux si siano divise temporaneamente: la data del 2016, per il ritorno a un unico kernel, non ha delle basi precise. In ogni caso Torvalds non si preoccupa dell’esistenza di fork. E, a prescindere dai rami di sviluppo, tra quattro anni la differenza potrebbe essere pressoché inesistente.
Via | ZDNet
Google, Mozilla e Opera stanno lavorando all’implementazione della videochiamata dentro al browser attraverso lo sviluppo di quello che vorrebbero uno standard per il web.
Il progetto si chiama WebRTC ovvero real time communication via web. Esiste già un’app di esempio. La tecnologia usata sfrutta javascript e html 5.
Il progetto è già stato collegato a Chromium, segno che a breve dovrebbe arrivare in Chrome, andando di fatto a sostituire il plugin di Gmail Gtalk con un software open source che utilizza solo codec open source.
Se il progetto davvero prendesse piede, Microsoft si potrebbe ritrovare ad aver buttato via la bellezza di 8.5 milioni di euromiliardi di dollari (scusate la distrazione, ndr). Quelli investiti nell’acquisto di Skype. Se Redmond piange, l’altra metà del mondo ride ;)
Greenfoot è un framework per programmare in Java un po’ sui generis. La scrittura dei sorgenti e l’esecuzione del codice avviene in uno degli “scenari” predefiniti (circa una ventina): gli oggetti sono rappresentati da figure che si animano in base alle azioni a esse associabili. È quasi un “ibrido” tra intrattenimento e istruzione.
L’idea d’assegnare una forma illustrata alla programmazione non è nuova, eppure Greenfoot è tutt’altro che un’applicazione per i più piccoli. Disponibile per Linux, OS X e Windows i sorgenti sono distribuiti con licenza GPLv2. Greenfoot è supportato ufficialmente da Google e Oracle: un limite è quello della produzione di risultati.
Non sembra possibile generare delle applicazioni “aliene” a Greenfoot. Insomma, lo scopo educativo del framework riduce l’utilizzo del programma in se stesso: l’obiettivo (unico?) di Greenfoot è quello di realizzare nuovi scenari o modificare quelli esistenti. È utile per acquisire un’idea di massima della programmazione a oggetti.
Via | MakeUseOf
Sembra che Google abbia cancellato la possibilità di fare ricerche specifiche sui siti che si occupano di Linux e Bsd. Oggi infatti cliccando su www.google.com/linux o www.google.com/bsd si viene automaticamente rediretti a www.google.com/webhp, una normale pagina di ricerca.
La decisione è stata confermata da un portavoce di Google in una discussione nelle pagine di aiuto del motore di ricerca.
La spiegazione è che si tratta di vecchi servizi nati quando l’algoritmo generale di ricerca era ancora all’inizio. Oggi invece sarebbe più facile trovare informazioni fra i siti che si occupano di Linux e Bsd semplicemente anticipando alla stringa della nostra ricerca la parola Linux o Bsd.
Continua a leggere: Google/Linux e Google/BSD non esistono più
Secondo quanto riportato da Bloomberg Businessweek Google è intenzionata a ritardare, almeno per ora, la diffusione del codice sorgente di Android 3.0 Honeycomb, il sistema operativo pensato per i tablet che dovranno sfidare l’iPad 2.
Il motivo è che Honeycomb non sarebbe adatto ad altri dispositivi diversi dai tablet. Per gli smartphone dovrebbe infatti arrivare verso giugno Ice Cream Sandwich, il quale però è fin ora stato indicato come Android 2.4. Google non avrebbe intenzione di vedere prima di allora Honeycomb portato in qualche modo sui cellulari, cosa che gli appassionati del robottino sono già pronti a fare, dopo aver scoperto che la preview della sdk conteneva tracce del supporto per smartphone.
Nel frattempo HTC, Samsung e Motorola hanno già accesso al codice, mentre gli sviluppatori indipendenti non ancora. “Android era e resta open source - garantisce Andy Rubin - ma Honeycomb è ottimizzato solo per tablet e non vogliamo che la gente abbia una cattiva user experience sui propri smartphone”. Quindi, il codice di Honeycomb sarà rilasciato solo fra alcuni mesi.
Continua a leggere: Google chiude Honeycomb? Dov'è il codice sorgente del nuovo Android?

La presentazione di Android 3.0 (od, Honeycomb) ha lasciato interdetti molti utenti. Ne abbiamo parlato anche noi, proponendo settimana scorsa una prova sul campo della prossima versione del sistema operativo di Google per il settore mobile. In questi giorni sono state avanzate diverse ipotesi, tutte prive di conferme ufficiali… quanto meritevoli di credito. Android non dovrebbe essere una distribuzione di Linux per netbook e tablet, soprattutto perché Google è in procinto di rilasciare Chrome OS. Honeycomb smentisce tutta la strategia aziendale dichiarata da Mountain View.
Chrome OS per i netbook, Android per i tablet. Stando alla separazione di Google tra «i dispositivi touch» non c’è da stupirsi, perché Honeycomb è dedicato a questi (mentre Chromium OS non dovrebbe prevedere il multi-touch). Eppure, l’incognita sono gli smartphone. Android 3.0 richiede un processore dual-core che difficilmente può essere montato su dei telefoni cellulari. Il CR-48 di Chrome OS non è adatto ai dispositivi embedded. E, allora, che fine faranno i “telefonini” con Android fino alla 2.3 — che tuttora costituiscono il principale segmento di mercato del sistema?
Alcuni esperti sostengono che avverrà un fork di Android e le voci su Ice Cream (o, Android 2.4) in estate potrebbero esserne le prime avvisaglie. Da utente, ritengo che la scelta sarebbe una follia. Provando l’emulatore di Honeycomb s’intuisce subito che Android 3.0 non è concepito per i cellulari: un desktop ottimizzato – con tre processori – fatica a farlo “girare”. Figuriamoci uno smartphone. Dopo l’errore di Chrome OS, che molti definiscono anzitempo un buco nell’acqua, complicare ulteriormente la situazione non farebbe bene a nessuno. Almeno, non ai consumatori.
Continua a leggere: Android potrebbe avere un fork, dopo Honeycomb: quali sono i motivi?
L’open source ha dodici anni. Se sentire questa affermazione vi stranisce, non preoccupatevi: è un fatto positivo. Positivo perché significa che l’open source è oramai davvero parte della nostra vita. Non tutti però sanno che il termine open source fu coniato per risolvere il cosidetto bug del free software: free veniva infatti preso dai più per gratuito.
Il bug fu appunto risolto da Christine Peterson dodici anni fa e oggi l’open source è dominante nella vita di tutti i giorni, come ben sintetizza Peter Waynerr su Infoworld:
Ruby, Python, Perl, JavaScript e PHP dominano la top ten dei linguaggi su GitHub. Questo codice funziona su librerie open source che poggiano su Linux. Sebbene tool ed estensioni di codice proprietario continuino a proliferare, il cuore è sempre più open source.
Continua a leggere: Dodici anni di Open Source: e ora che ci riserva il futuro?
Secondo indiscrezioni riportate da Digitimes entro fine mese Google potrebbe dare il via libera ai primi netbook dotati di Chrome Os, il sistema operativo basato sul browser di Mountain View.
Big G starebbe progettando un’operazione in stile Nexus One, meditando una prima distribuzione di 60-70 mila pezzi esclusivamente on line.
Acer e Hp sarebbero pronte a distribuire i propri netbook con Chrome Os già a dicembre.
Via | Digitimes

Il primo netbook con Chrome Os, il sistema operativo di Google, dovrebbe uscire nel giro di due settimane, prodotto dall’Acer. L’indiscrezione ha iniziato a girare in rete nelle scorse ore.
La notizia è stata diffusa da Venture Beat. Non si sa ancora su quale dispositivo dovrebbe girare Chorme Os, che a dire il vero era atteso per l’autunno, ma più o meno tutti escludono che si tratterà di un laptop.
Ma proprio la coincidenza della rivelazione con alcune novità sul futuro sistema operativo di Big G, appena comunicate, spazzerebbero via ogni dubbio.
Intanto a Mountain View pare che stiamo studiando una cover flow per il loro sistema.
Via | Slashdot
Google, attraverso Chris DiBona, ha annunciato durante il Linux Collaboration Summit che assumerà degli sviluppatori Android per portare le patch di nuovo nel kernel Linux.
Al momento le persone non sono ancora state trovate, ma si tratta di un ottimo atteggiamento da parte dell’azienda dopo la cancellazione di Android dall’albero del kernel.
DiBona ha anche affermato che l’azienda non ha brillato e che si poteva fare di più, ma anche che il team di sviluppo è sottoposto a molte pressioni per migliorare i prodotti commerciali.
Continua a leggere: Google assumerà nuovi sviluppatori per Android

Negli ultimi tempi la discussione sull’IPv6 sta conoscendo un nuovo vigore a causa dell’imminenza dei termini di “scadenza” per il protocollo IPv4 — e soprattutto degli indirizzi assegnabili, come evidenziato dai colleghi di Downloadblog.it. Sembra comunque che lo switch definitivo non avverrà, com’era stabilito, nel 2010 ma si dovrà aspettare almeno la fine del 2011.
Detto ciò – considerando i tempi e i costi del passaggio, benché Google abbia già dichiarato di essere di tutt’altro avviso nel marzo scorso – potrebbe essere tardi per cominciare la transizione: a Mountain View si sono già attrezzati da diverso tempo e in novembre si è palesata l’ipotesi del passaggio di YouTube all’IPv6. Rumor che sembra essere stato confermato definitivamente l’altro ieri.
YouTube è il secondo sito più popolare della rete e perciò il fatto che possa passare quanto prima all’IPv6 è tanto più importante dal momento che gli indirizzi IPv4 sono in esaurimento: è un dirigente di Hurricane Electric (uno degli ISP più importanti del mondo), Martin Levy, a confermare che il traffico IPv6 generato dal portale video di Google sia 30 volte superiore al solito negli ultimi tempi. L’ufficializzazione è solo questione di tempo.
Via | Download Squad