Richard Stallman ha avuto la possibilità d’intervenire sul The Guardian, nell’edizione online britannica, per esporre la propria tesi nei riguardi di Android e l’“apertura” del sistema operativo di Google per il settore mobile. Una tesi tutt’altro che nuova per la comunità open source con qualche dettaglio in più rispetto al solito.
Qui Stallman se l’è presa con la licenza di rilascio per Android 1.x e 2.x: si tratta di Apache 2.0, definita «una licenza permissiva e priva di copyleft». Niente di nuovo, se le dichiarazioni di Stallman non sembrassero un monito nei confronti di The Apache Foundation e un escamotage per riaccendere la querelle con Linus Torvalds.
A grandi linee, le responsabilità di Google subentrerebbero soltanto con Android/Honeycomb del quale non sono stati rilasciati neppure i sorgenti. Prima la “colpa” ricadrebbe piuttosto su Apache 2.0 (incompatibile con la GPLv2) e Torvalds perché contrario all’adozione della GPLv3 col kernel di Linux. Tutto per rilanciare Replicant?
Via | The Guardian
Kim Allamandola
20 set 2011 - 09:10 - #1Un solo esempio pratico del perché Stallman ha ragione di voler troncare le
licenze open prive di garanzie: Baidu, il concorrente cinese di Google s’è
preso legalmente le source di Android, non so se sarà in grado di migliorarle,
di introdurre nuove funzionalità o meno, ma ad ogni modo Google quelle source
non le vede.
Con la GPL, specie nell’ultima v3, Baidu sarebbe legalmente costretto a
rilasciare le source da lui modificate e se non lo facesse sarebbe legalmente
perseguibile.
Le licenze che non obbligano la redistribuzione delle source per ogni versione
binaria distribuita tutelano solo gli arraffoni.
Anonimo codardo
20 set 2011 - 10:36 - #2Gira si e no su quattro dispositivi, per di più fuori produzione; le applicazioni del market ufficiale non funzionano… mi pare non siano messi molto bene.
stallamen
20 set 2011 - 11:32 - #3Ci sono grosse problematiche nello sviluppo di software da parte di aziende
1) le politiche di ti affitto qualcosa che se non mi paghi ogni anno non hai più diritto di utilizzare, come se ti vendo dei dadi, tu li usi per costruire una casa e poi se smetti di pagare devi ridarmeli indietro….
2)La politica non voglio soldi ma se usi il mio software devi rendere pubblico tutto il tuo software, solo per una questione ideologica.
Sono d’accordo sul fatto che se modifichi il mio sorgente lo rilasci nuovamente, ma se usi la libreria che ho fatto preferisco tu faccia qualcosa di utile per la FSF, o contribuisca, piuttosto che obbligarti a piratarla o rinunciare allo sviluppo (non fare business e quindi uccidere il mercato, ci sono dipendenti nelle software house e investimenti)
Ci sono mille altre licenze che possano aiutare lo sviluppo dell’economia, anzichè deprimerla
Quante librerie stupide che ad esempio generano un numero random in un intervallo, ci sono sotto GPL, certi codici non dovrebbero poter andare sotto GPL, ci sono sforzi che invece meritano il fatto di essere riconosciuti e premiati. Ma se il mio ideale è la conversione mediante estorsione/obbligo non ho capito nulla di cosa è la libertà che io sia pinco pallo o stallman
Andrea R
20 set 2011 - 17:16 - #4La licenza apache è una potenziale trappola, ma le aziende ahimè hanno una paura nera della GPL.
Kim Allamandola
21 set 2011 - 12:37 - #5@stallamen #3
Non ho capito il tuo commento: la frammentazione (n-mila software che fan le
stesse cose) c’è sia nel mondo open che in quello proprietario; spesso c’è
molto di più nel software proprietario perché non si può riusare il codice
della concorrenza.
Il punto 2 è completamente assurdo: come azienda se voglio vivere, non solo
oggi, ma anche domani e dopodomani devo innovare. I patent-troll, i tribunali
ed il marketing selvaggio sappiamo benissimo cosa sono, le innovazioni no;
trovare un pool di avvocati che porti avanti ragioni improbabili o trovare
markettari virali è sempre “facile”, trovare gente che innova è molto difficile
e richiede molto tempo.
La GPL rinforza la necessità dell’innovazione: se tutti possono copiare il mio
software l’unico modo che ho di competere è innovare; io produco un software
sotto GPL, ha un piccolo successo, altri prendono le mie source, le ritoccano
e le migliorano, io “perdo” un po’ di mercato *potenziale* per la concorrenza
che usa il mio codice; io guadagno in debug, idee nuove e limature che unite
al mio nome noto quale innovatore originale mi tengono sopra gli altri, almeno
per un po’. Ora per continuare devo innovare di nuovo.
Non si perde tempo a reinventare la ruota, non si possono fare GUI carine e
backend cessi, si scopre subito, si crea solo qualcosa di nuovo. Il mercato
prospera.
Con sistemi closed… Bé direi che solo a leggere i bilanci di Samsung, IBM,
Apple, Google, … si vede che le cause costano di più e muovono più capitali
dell’innovazione. Ogni innovazione reale è un casino da gestire, si va a cause
su cause e non essendo abituati ad “innovare” ma solo a far pubblicità e
ritoccare ad arte roba di n anni prima non ci si riesce.
I brevetti software per esempio sono nati coll’idea che il “piccolo” che
inventa può guadagnare e stare sul mercato coi “grandi”, l’uso pratico dimostra
il contrario. La GPL evita questo. Non puoi uccidere nessuno, il codice è
pubblico, non c’è modo di cavillare troppo in tribunale. La GPL garantisce sia
i clienti (che possono sempre cambiare, provare di andare da soli, sanno anche
tra n secoli come recuperare i loro dati ecc) che le aziende: nessuno mi può
tagliar fuori, che sei grosso o piccolo quel che sviluppi è usabile da tutti,
come tu puoi usare tutto il parco software di altri, si compete: il piccolo
come il grande hanno la stessa voce in capito, realizzando quello che i
brevetti avrebbero dovuto realizzare in teoria.