Con Roberto Galoppini, esperto di open source commerciale e membro dell’ advisory board di SourceForge, recentemente tra i protagonisti del dibattito sulla neonata Document Foundation proprio su Ossblog, insieme al presidente di Plio Italo Vignoli, oggi abbiamo parlato del rapporto fra open source e mondo delle aziende e di quello fra comunità e imprese, per cercare di capire se il sistema delle donazioni e quello degli sponsor sono alternativi o in relazione l’uno con l’altro.
Con un occhio di riguardo anche al nuovo impegno di Microsoft nel settore, certificato dal lancio del progetto Coapp, come abbiamo raccontato nell’intervista a Garret Serack, responsabile del progetto.
Roberto, qual è la situazione dell’open source oggi in Italia?
Al “consumo” direi buona, considerato che l’Italia è al quinto posto nella classifica mondiale, appena dopo USA, Brasile, Francia e Germania. Ho constatato che negli ultimi tre anni abbiamo perso qualche posizione: siamo infatti passati dal 6,35% del traffico globale (novembre 2007) al 6% (aprile 2008) per finire al 5,09% dei giorni nostri. L’ascesa del Brasile, che dalla sesta posizione si ritrova oggi al secondo posto, ha una chiara matrice politica, mentre nel caso della francia oltre all’interesse istituzionale ne esiste uno altrettanto importante di natura industriale, che spiega come mai oggi Parigi costituisca l’epicentro open source europeo. Se andiamo però a guardare cosa scaricano gli utenti, ai primi posti troviamo Emule, Azureus e Ares Galaxy, tutti sistemi P2P, segno che sono i consumer ad orientare le classifiche e non certo le imprese o le pubbliche amministrazioni.
Cosa manca all’Italia, buoni sviluppatori o aziende che credano nell’open source?
I dati sulla localizzazione degli sviluppatori open sono datati, ma qualitativamente attendibili, e l’europa in generale e l’italia in particolare vantano valenti programmatori , o ‘hacker’ come vuole la terminologia dello “jargon file”, il vocabolario per antonomasia della cultura open. Per le aziende che offrono soluzioni open non si tratta tanto di ‘credere’, tutti o quasi oramai a vario titolo usano piattaforme, framework, librerie ed applicazioni open source, ma se parliamo di prodotti il discorso è diverso. L’italia infatti, tranne rarissime eccezioni, non è mai stata in grado di offrire soluzioni informatiche esportabili, e l’open purtroppo non ha cambiato le cose, mentre in paesi come la francia o la germania sono nate diverse realtà che sviluppano e commercializzano soluzioni open.
Tutti i migliori software open source alla fine si trovano a divenire un’opportunità commerciale. Come si coniugano queste due cose?
Distinguiamo tra “progetto open source” e “prodotto”. Il progetto tipicamente ha come output un programma, a volte in forma eseguibile, altre in forma sorgente, ed è corredato da una serie di risorse (repository, bug-tracking, documentazione, forum, mailing-list). Il prodotto invece risponde ai problemi di una determinata classe di
clienti, ai quali vengono offerti programmi corredati da determinati servizi (supporto con un determinato SLA, formazione, partner certificati, etc). Questi due aspetti vengono spesso confusi, soprattutto nei progetti tecnologicamente più maturi, perché si ha la, errata, sensazione che il progetto e il prodotto siano tutto sommato equivalenti.
In che modo ciò si ripercuote sulle comunità?
Nei progetti di comunità è pià facile distinguere. Infatti nei progetti in cui è la comunità a curare lo sviluppo, per esempio i progetti Apache, ma anche Samba o OpenNMS, il rischio che iniziative di marketing cerchino di fare upsell sulla comunità è praticamente inesistente, rischio invece molto più concreto per i progetti guidati da una azienda. Il “miraggio della conversione” però, e cioé quello per cui l’utente del progetto possano magicamente trasformarsi in clienti del prodotto, è solo appannaggio della memoria, un ricordo di quando si pensava “1000 utenti, 1 cliente”, come nel caso di MySQL. Oggi utenti del progetto e clienti del prodotto sono due target ben distinti.
Affermi che i progetti open source devono essere sostenibili e per quanto riguarda la situazione di OpenOffice.org ricordi che è sempre stato sostenuto da un unico sponsor e sottolinei come abbia mancato l’opportunità di diventare una comunità di sviluppo sostenuta da più aziende. Citi un articolo in cui si parla di Open Source 4.0: credi davvero in una nuova fase dell’open source?
Oggi le aziende che hanno un rapporto simbiotico o almeno commensalistico con le comunità sanno che la comunità non è uno strumento commerciale, ma uno spazio per co-produrre tecnologia, sviluppare outreach verso potenziali partner ed influencers ed amplificare la conoscenza del progetto. In quello che alcuni chiamano Open Source 4.0 sono le corporate che collaborano nella sviluppo di progetti. Esistono esempi eccellenti, da Eclipse a SAKAI, il consorzio di università, imprese piccole e multinazionali, che collaborano nella realizzazione di suite di collaboration ed e-learning. Stesso discorso per OOo, i contributi storicamente erano di Novell, IBM (via Sun) Red Hat, Red Flag. Ma è ovvio che queste realtà per partecipare al “gioco” vogliono che i loro interessi siano tutelati nel medio-lungo periodo, ed è evidente che un modello “ad personam” (un accordo con Microsoft, uno con IBM, etc) non scala, un’eredità pesante con cui oggi Oracle si trova a fare i conti.
Che rapporto hanno gli operatori commerciali con la risorsa open source? E quale dovrebbe essere l’atteggiamento delle comunità verso queste aziende?
Prendere a “prestito” programmi open source è oggi alla portata di tutti: singoli, piccole e grandi imprese come anche pubbliche amministrazioni possono facilmente usare i programmi più maturi, anche autonomamente. Cosa diversa è invece partire da uno o più programmi per rispondere specificatamente a un proprio bisogno, magari dovendoli integrare od estendere. In questo caso è bene conoscere quelli che io definisco i criteri di scelta, orientarsi verso programmi con una comunità alle spalle, ben documentati e per i quali esistano strumenti e indicazioni per estenderne le funzionalità. Le comunità infine sono tante, ed ognuna è un caso a sé: alcune sono estremamente reattive nei forum e nelle mailing-list per gli utenti, come per Ubuntu, altre sono comunità di sviluppatori e sono più orientate agli “addetti”, vedi Apache, insomma ogni comunità ha le sue regole, le sue abitudini.
È sufficiente il meccanismo delle donazioni per sostenere questo ecosistema? O sono necessarie le sponsorizzazioni per sostenere un valido progetto di sviluppo?
Le donazioni, per quello che ho potuto constatare con tanti progetti su SourceForge, sono uno strumento inefficace per sostenere lo sviluppo di progetti di medie o grandi dimensioni, fatta eccezione ovviamente per quei progetti che hanno qualcosa di veramente importante da offrire agli sponsor. È questo il caso di Mozilla, che
si sostiene grazie al sistema di ricerca che orienta verso i motori degli sponsor.
Secondo te Coapp è un’operazione simpatia o anche Microsoft sta diventando dipendente dal software libero?
Quando ho messo in contatto per la prima volta Microsoft con degli sviluppatori Apache, circa 4 anni fa, tutto sembrava difficile, quasi impossibile. Oggi Microsoft ha un suo forge, dove ospita programmi open source rilasciati con qualsiasi tipo di licenza, compresa la GPL. A Redmond molte cose sono cambiate, e oggi progetti come CoApp servono proprio a ridurre queste barriere, e fare si che sviluppatori del mondo open possano lavorare anche in ambiente Windows. Il mondo è ibrido, e tale è il software: open e proprietario.
ice
09 nov 2010 - 11:23 - #1l’unico tipo di programmi che possono andare avanti sono quelli di “servizio”
Es:
piu grandi aziende (di quelle dalle dimensioni tali per cui sono già abituate a svilupparsi internamente software ad hoc) decidono di volersi creare un certo software vuoi perchè non attualmente presente sul mercato, vuoi perchè non soddisfatti delle politiche commerciali dell’attuale fornitore
a questo punto se trovano un accordo su specifiche di massima del servizio invece che sviluppalro internamente con maggiori costi, possono decidere in una fondazione open che lo sviluppi dividendo appunto i costi
in modo da averlo poi gratuitamente
e non per avere un vantaggio sugli altri, ma solo perchè già cosi a loro conviene
quindi è piu facile che siano grosse corporation di altri settori che vedonoil software come servizio, piuttosto che non software house abituate a sviluppare software per venderlo
guiodic
09 nov 2010 - 12:42 - #2Le cose che dici sono abbastanza condivisibili, al che non si capisce la tua polemica con la Documento Foundation che è appunto una fondazione “multilaterale” a differenza della gestione solitaria di Oracle (e pure di Sun comunque).
Oracle non vuol far parte di TDF per ovvi motivi e non certo perché i ragazzi non l’hanno avvisata…
xan.scale
09 nov 2010 - 14:05 - #3daccordo con guidoc:
quello che dici è giusto, ma allora perche critichi la TDF? dove la TDF sbaglia secondo te?
Roberto Galoppini
09 nov 2010 - 17:45 - #4@ice l’approccio a cui fai riferimento - noto come “technological club” - è uno dei modi attraverso cui si coagulano gli interessi di più soggetti, uno dei pochi esempi in tal senso è quello della Collaborative Software Initiative di Stuart Cohen. Un simile approccio richiede una consolidata comunione di interessi ex ante, che si sviluppa attraverso l’adesione (a pagamento, nel caso di CSI) ad una comune visione del progetto.
Esistono però altri percorsi, meno programmatici ma non per questo meno efficaci, che hanno condotto ad esempio alla realizzazione di toolkit per la business integration (openadaptor) grazie alla donazione del progetto ad una fondazione (in questo caso ad opera di una banca), come a strumenti per la ricerca su enormi dataset (hadoop), nati grazie ad attività e progetti “asincroni” (MapReduce, Nutch Distributed Filesystem) sponsorizzati in tempi e modi diversi da alcuni colossi e poi ricondotti sotto un unico cappello (apache).
Atteggiamenti commensalistici o simbiotici possono dare nel tempo buoni frutti, e a volte i contributi vengono proprio da chi meno te lo aspetti, come spiega Matt Asay nel suo recentissimo “Devil’s dollars drive open source”.
@guiodic @xan.scale nel mio post ho fornito alcuni suggerimenti alla TDF, Michael Meeks ne ha raccolti alcuni in una sua risposta pubblica, e ha inoltre dimostrato alcune aperture rispondendo a messaggi di altri membri della comunità che sulle liste avevano espresso analoghi dubbi. Spero vivamente che allarghino il processo decisionale a tutti gli stakeholder, in modo che anche le corporation possano influire sulle decisioni e decidere di farne parte.
bitfreedom
10 nov 2010 - 11:58 - #5@tutti (tranne galoppini che come stanno davvero le cose già lo sa…)
http://www.chip.it/articoli/libreoffice-le-ragioni-della-scissione-da-ooo