Intervista a Stefano Zacchiroli, Debian project Leader - prima parte

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Stefano ZacchiroliStefano Zacchiroli, 31 anni, è stato di recente eletto project leader di Debian per i prossimi due anni. Lavora all’università di Parigi Diderot (dopo essersi laureato a Bologna, dove insegna al master in Scienze e Tecnologie del Software Libero) come “ricercatore in informatica”, occupandosi in particolare di metodi formali e della logica matematica all’interno del progetto di ricerca Mancoosi.

In questa lunga intervista (che proponiamo in due parti), Stefano risponde anche alle domande di molti nostri lettori (che ringraziamo), e fa un annuncio importante: dal prossimo rilascio Debian avrà un kernel completamente libero, che non conterrà più driver proprietari. E riflette sulla pecca maggiore di Debian: non sa promuoversi.

Stefano spiega anche come intende “ricucire” i rapporti con Ubuntu, e precisa: “Noi non faremo mai compromessi”. Ma iniziamo ad analizzare con lui la sua elezione e il mondo del free software.

Allora Stefano, diventare leader di un progetto così importante come Debian è sicuramente una soddisfazione personale. Lo è anche dal punto di vista “nazionale”?
Questa è una domanda un po’ ricorrente in effetti. La mia convinzione è che non sia da considerare come particolarmente rilevante per il nostro paese, dato che nelle comunità open source i confini nazionali cadono e si è tra pari a prescindere dalla nazione di provenienza. A livello mondiale l’Europa contribuisce moltissimo al software libero sia in termini di utenti (che riportano bug e patch) che in termini di sviluppatori. All’interno dell’ambito europeo l’Italia fa la sua parte, ma non è certamente ai primi posti.

Secondo te nel campo dell’innovazione e dell’informatica c’è una carenza di attenzione nei confronti delle giovani menti nostrane? Qual é la situazione della ricerca sul software libero nel nostro Paese?
Premetto innanzitutto che il software libero come tema di ricerca (o meglio: come ambito al quale applicare tecniche di ricerca per capire meglio il fenomeno e migliorarne il funzionamento) è relativamente nuovo. In Italia ci sono, a mia conoscenza, poche realtà che se ne interessano, in particolare nell’estremo nord-est, con gruppi di ricerca nelle università di Bolzano e di Trento (non a caso, regioni che si sono molto interessate anche alla diffusione del software libero sul territori e nelle loro amministrazioni pubbliche).

Da noi si parla sempre di fuga di cervelli.
Io preferisco il termine brain drain, perché andare all’estero è un’esperienza che molti ricercatori intendono fare. La particolarità del caso italiano sta nel fatto che c’è pochissima reciprocità: non esiste un flusso equivalente di giovani ricercatori stranieri interessati a venire in Italia per proseguire da noi le loro ricerche. I motivi di questo poco interesse sono gli stessi che mi rendono personalmente titubante all’idea di tornare: ci sono pochi posti per ricercatori, molti laboratori di ricerca sono realtà chiuse, c’è poco contatto tra università e aziende, etc. Da tutti questi punti di vista, e per la mia limitata esperienza, la realtà di Parigi è infinitamente migliore.

Cosa consiglieresti a uno studente che voglia iniziare un dottorato di ricerca sul software libero?
Allo studente interessato a temi di dottorato quali tu proponi, consiglierei senza pensarci 2 volte di andare all’estero, magari in alcune delle ottime scuole di dottorato statunitensi.

Dici che sei rimasto affascinato dalla comunità di Debian dopo esserne diventato uno sviluppatore. Doppia domanda: come sei diventato sviluppatore e cosa ti affascina dell’universo Debian?
Sono diventato sviluppatore Debian (in gergo “DD”) per caso. Cominciavo nel 2000 a collaborare con il gruppo di ricerca del professore che poi sarebbe diventato mio relatore (di tesi e di dottorato) ed usavano OCaml come linguaggio di sviluppo e Debian come distribuzione. Il supporto in Debian per tale linguaggio era carente: mi è sembrato normale rimboccarmi le maniche e lavorare per migliorarlo. Poi rimasi affascinato dai principi e dai meccanismi di Debian: la libertà del software come fine, e la democrazia e la “do-ocracy” (chi fa ha autonomia decisionale in ciò che fa) come meccanismi di decisione.

Hai passato gli ultimi nove anni a sviluppare pacchetti per Debian: quali sono secondo te le mancanze del progetto e in che direzione si deve lavorare?
Questa domanda da sola richiederebbe pagine di risposte :-) A chi volesse approfondire raccomando la lettura delle mia piattaforma di candidatura, che racchiude l’interezza delle mie opinioni sull’argomento. Dovendo evidenziare una mancanza, sceglierei il fatto che il progetto Debian non è molto capace di “promuovere se stesso”. Siamo tutt’ora un progetto peculiare nell’universo delle distribuzioni FOSS: siamo tra i pochissimi a non essere appoggiati (i.e. guidati) da compagnie commerciali e siamo liberi non solo nel software che distribuiamo, ma anche nella totalità della nostra infrastruttura (e.g.: niente servizi per utenti o sviluppatori basati su software non libero) ed infine abbiamo processi decisionale basati sul merito e sulla democrazia. Purtroppo non siamo altrettanto bravi nel *presentare* queste nostre peculiarità ai potenziali utenti e sviluppatori Debian di domani. È un peccato e, nel mio piccolo, cercherò di contribuire a superare questa nostra mancanza.

Nel tuo programma sottolineavi la necessità di maggiori incontri fra gli sviluppatori. Cos’hai in mente?
Gli incontri tra sviluppatori sono uno dei modi più intelligenti di utilizzare i soldi che migliaia di donatori in tutto il mondo inviano a supporto del progetto Debian. I DPL del passato hanno sempre usato denaro a tal fine e conto di continuare a farlo. Una piccola novità che vorrei introdurre è un insieme di linee guida su come gestire un meeting finanziato da denaro del progetto Debian. Tali linee guida in buona sostanza richiederanno trasparenza completa (annuncio preventivo dei meeting, una bozza di agenda pronta a priori, e minutes inviate a posteriori), in modo da rendere più partecipi possibili coloro i quali non possono partecipare al meeting.

Si è parlato recentemente di rilasci ogni due anni. Non è un po’ troppo? Insomma, Ubuntu non rischia, con i suoi rilasci ogni sei mesi, di prendere il posto di Debian? Non pensi sia meglio schedulare dei freeze almeno per le release “unstable”?
Debian ha sempre pubblicato release “quando sono pronte”, ovvero quando non c’è nessun bug abbastanza grave da rendere un pacchetto pericoloso o inutilizzabile per gli utenti. Questa cultura è apprezzata dai nostri utenti e non prevedo cambierà. Inoltre, cerchiamo di non contrapporre troppo Debian e Ubuntu: il “loro” software è in larghissima parte il “nostro” software, è questo in fondo il bello del software libero. Sarebbe però ancora più bello se gli utenti di Ubuntu ne fossero un po’ più coscienti (e da qui la richiesta ad Ubuntu di essere più incisive nel “giving credit where credit is due”). Lo scheduling delle freeze è invece un concetto più interessante, che non è in contraddizione con la cultura di release di Debian. Lo scheduling delle freeze permette infatti agli sviluppatori di pianificare meglio il loro lavoro e di capire quando sia meglio introdurre modifiche potenzialmente dirompenti e quando invece sia meglio soprassedere. La scelta di se introdurle o meno spetta a tutta la comunità di sviluppatori Debian, release team in testa. Personalmente trovo sia un’idea interessante da sperimentare.

Quando uscirà Squeeze?
Al momento il release team punta ad una freeze in Giugno; da li in poi rilasceremo solo quando tutti i bug che consideriamo “Release Critical” (RC) saranno risolti. Penso sia ragionevole pensare che in un paio di mesi potremmo farcela, ma dipenderà dal lavoro collettivo di tutti (non solo sviluppatori, ma anche utenti che ci aiuteranno contribuendo patch per tali bug).

Cosa pensi dell’idea di avere una distro standard? Si può pensare almeno a un gestore di pacchetti unico per tutte le distro?
Ritengo che non avrebbe senso. Il gestore dei pacchetti non è solo un software, ma piuttosto racchiude l’essenza di scelte tecniche e di “policy” di una distribuzione. La differenza di policy tra distribuzioni è uno degli elementi distintivi che le caratterizza e sarebbe controproducente rimuoverlo. C’è sicuramente margine per standardizzazioni tecniche, ma le differenze di policy sottostanti difficilmente sparirebbero e non sarebbe un bene lo facessero, dato che potrebbero bloccare l’innovazione che ogni distribuzione è ora libera di portare avanti.

Soldi: tu parlavi nel tuo programma della necessità di una maggior trasparenza nell’uso dei contributi. Recentemente, si è discusso sul fatto che gli sviluppatori del kernel linux sono per lo più gente pagata da società più o meno interessate allo sviluppo del kernel e questo limiterebbe il livello di libertà di Liinux. Che significa essere pagati per sviluppare codice libero?
Credo ci sia un po’ di confusione. Trasparenza nell’uso dei contributi significa avere un bilancio pubblico e facilmente accessibile, come forma di rispetto verso chi fa donazioni a progetti come Debian e anche di controllo sulle scelte del DPL che decide come usare il denaro. È importante poi sottolineare che il bilancio di Debian è sempre stato pubblico, ma purtroppo è diviso tra molte associazioni sparse in giro per il mondo; questo lo rende non sempre facilmente accessibile. Ho da poco re-istituito il ruolo di Debian Auditor che si occuperà appunto di raccogliere tutti questi sotto-bilanci e di pubblicarli periodicamente in un unico luogo in modo che siano più facilmente accessibili. Pagare gli sviluppatori per lavorare su Debian è qualcosa che Debian non ha mai fatto, ne mai farà. Siamo una comunità di volontari e vogliamo restarlo; alcuni di noi hanno datori di lavoro che li pagano anche per lavorare su Debian, ma si tratta di pagamenti esterni che non riguardano il rapporto tra Debian ed i suoi sviluppatori.

Tu sarai pagato come project leader?
Assolutamente no!

Ci sono piani futuri per incentivare le software house a produrre e fare il porting di software professionali in ambiente linux?
Se ci sono, non riguardano Debian e comunque non ne sono a conoscenza. Debian si occupa di realizzare una distribuzione, non di “motivare” le software house. Personalmente, penso sia un non-problema: l’interesse delle software house a sviluppare per sistemi FOSS arriverà autonomamente con l’aumento della diffusione di tali sistemi. Noi ci stiamo impegnando a tal fine, il resto verrà da solo.

— domani pubblicheremo la seconda parte dell’intervista —

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  • nickname Commento numero 1 su Intervista a Stefano Zacchiroli, Debian project Leader - prima parte

    Posted by:

    "dal prossimo rilascio Debian avrà un kernel completamente libero, che non conterrà più driver proprietari." Grazie per aver ascoltato gli utenti. Spero che Ubuntu adotterà lo stesso kernel con le future release (che si baseranno su Debian Squeeze probabilmente). Inoltre Debian si promuove benissimo, per come la vedo io: non è una distro da utente casalingo, non è mainstream ma è di nicchia. Va bene così, del resto non sono mai rimasto insoddisfatto di questa bellissima distribuzione :) Scritto il Date —

  • nickname Commento numero 2 su Intervista a Stefano Zacchiroli, Debian project Leader - prima parte

    Posted by:

    grande. Scritto il Date —

  • nickname Commento numero 3 su Intervista a Stefano Zacchiroli, Debian project Leader - prima parte

    Posted by:

    bravissimo! Scritto il Date —

  • nickname Commento numero 4 su Intervista a Stefano Zacchiroli, Debian project Leader - prima parte

    Posted by: littlegauss

    interessante il ragazzo…effettivamente shuttlecoso fa tanto il figo ma ubuntu non non è per niente di sua proprietà, anzi! Scritto il Date —

  • nickname Commento numero 5 su Intervista a Stefano Zacchiroli, Debian project Leader - prima parte

    Posted by:

    Cosa significa? Che non potrò più usare il mio notebook che richiede il caricamento di un firmware binario (iwlwifi)? Scritto il Date —

  • nickname Commento numero 6 su Intervista a Stefano Zacchiroli, Debian project Leader - prima parte

    Posted by:

    @ ubos Nella seconda intervista, Stefano dichiara che ci saranno due pacchetti distinti: firmware-linux-free, che contiene i firmware compatibili con le DFSG e firmware-linux-nonfree, che contiene i firmware proprietari. Scritto il Date —

  • nickname Commento numero 7 su Intervista a Stefano Zacchiroli, Debian project Leader - prima parte

    Posted by: bitfreedom

    @ ubos Se vuoi avere un sistema LIBERO (e SICURO: non essendo libero, NON si sa cosa davvero faccia il firmware della tua scheda wifi…): a) disabilita (o meglio togli l'alimentazione) la scheda wifi che richiede il firmware non libero b) comprati una pennina wifi usb che NON richieda driver non liberi e/o firmware binari non liberi e usa quella! Se invece non ti interessano la TUA STESSA SICUREZZA e la TUA STESSA SICUREZZA, usa pure un sistema non libero ed insucuro: installa il pacchetto 'firmware-linux-nonfree'… e attento che un pezzetto in meno di libertà alla volta si finisce per usare windows o macos… Scritto il Date —

  • nickname Commento numero 8 su Intervista a Stefano Zacchiroli, Debian project Leader - prima parte

    Posted by:

    @bitfreedom A me sembra che tu non abbia ben capito la storia dei firmware binari. Semplicemente per risparmiare meno di 1$ al pezzo hanno prodotto un hardware che non contiene un chip di memoria dove andare a salvare il firmware, che quindi deve essere caricato in memoria ogni volta. Ma se non hai bisogno di caricare il firmware binario, significa semplicemente che il dispositivo può farlo autonomamente perché è dotato della memoria aggiuntiva. Sostanzialmente non cambia assolutamente nulla e la libertà non cambia. Una volta ci si fida di quello che è già memorizzato nel dispositivo, nell'altra si carica in memoria quello che il produttore avrebbe dovuto mettere nel dispositivo se non avesse voluto stupidamente risparmiare. Una posizione così intransigente è coerente solamente se si usano solamente hardware liberi, per cui sono disponibili non solo le specifiche, ma anche ogni dettaglio di progettazione. Scritto il Date —

 

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