OpenSocial è anzitutto una fondazione che annovera tra i suoi membri i rappresentati dei principali social network (ad eccezione di Facebook) come MySpace, hi5 – che da noi oggettivamente non ha mai avuto un grande successo – e Flixster più Google e Yahoo!. Per tutta una serie di ragioni è Mountain View a tesserne le trame — un po’ come avviene per Android con l’Open Handset Alliance.
In sé OpenSocial contribuisce allo sviluppo del web 2.0 coordinando i lavori a un protocollo unico per la distribuzione dei dati tra sistemi e piattaforme diverse: è grazie a esso che esiste Friend Connect e servizi come Ning ne sfruttano le API per rendere “portabili” applicazioni e utenti attraverso i network. Le feature di OpenSocial sono ovviamente anche alla base di Google Buzz.
Perciò il rilascio delle specifiche 1.0 di OpenSocial è molto importante: si tratta di definire degli standard aperti per normare le richieste XML (anzitutto via JavaScript, ma le librerie consentono altri linguaggi) tra social network perché l’attenzione degli sviluppatori sia indipendente dalla piattaforma su cui si trovano “fisicamente” i dati cui accedere. Praticamente come Facebook Connect, ma per tutti.
Per quanto possa contare, avevo già preannunciato questa possibilità in dicembre: allora si trattava soltanto di rumor, mentre ora la notizia ha assunto ufficialità. Non è certo una novità che Google stia migrando ad HTML5 tutti i suoi siti (da YouTube a Google Code, molti sono i progetti che hanno già subito lo switch) e finalmente è arrivato l’annuncio che chiude la questione.
Gears non ha mai avuto un reale supporto per le piattaforme a 64-bit: con un workaround era possibile provvedere alla compilazione manuale dell’estensione per Firefox e sopperire così alle carenze dell’architettura per Linux — eppure Mountain View non si è mai decisa a integrare le patch create da utenti volenterosi.
Negli ultimi mesi – si parla addirittura di maggio del 2009 – Gears non ha più subito aggiornamenti e ciò (contrariamente a quanto sovente accade con le applicazioni di Google) lasciava presagire che sarebbe stato abbandonato quanto prima: come già avvenne con Browser Sync – un’estensione per Firefox che personalmente rimpiango – anche Gears fa ormai parte del passato, mentre il futuro è HTML5.
Foto | Mashable

Non sto certo parlando dell’omonima distribuzione di BSD, ma del tool di debugging di Opera: trattandosi di un altro progetto open source – peraltro rilasciato sotto licenza… BSD, per l’appunto – la scelta del nome non è stata propriamente “geniale” (capita spesso di trovare informazioni sul sistema operativo e viceversa).
Parentesi chiusa, Dragonfly è uno strumento rilasciato inizialmente nel 2008 per contrastare lo strapotere di Firebug a livello di diffusione tra i web developer: nonostante si tratti del primo progetto aperto di Opera, il codice sorgente di Dragonfly è sempre rimasto sui server dell’azienda.
Almeno fino a ieri, quando Opera ha annunciato lo spostamento dei sorgenti di Dragonfly su BitBucker — un hosting provider esterno che offre repository Mercurial per il controllo delle versioni. Per quanto possa sembrare d’interesse relativo, l’esistenza di un archivio indipendente per Dragonfly è molto importante per la libertà del progetto.
In attesa che si districhino i termini dell’acquisizione di Sun da parte di Oracle e che il futuro di MySQL – uno dei principali, ma non l’unico database SQL-based in circolazione – sia finalmente chiarito, il W3C propone un’alternativa affinché i browser dialoghino coi database senza bisogno di SQL.
La bozza di lavoro sulle API di WebSimpleDB rientra nel progetto di Web Storage per HTML5 e ha già suscitato delle perplessità in merito alla necessità di utilizzare un linguaggio a query integrato nei documenti (X)HTML — non solo HTML5, ma anche XHTML2 è incluso nei piani del W3C per l’uso di queste API.
Attualmente l’unico engine a prevedere già una simile integrazione è WebKit nella versione di Apple per Safari: il documento di riferimento del W3C è molto recente – la prima idea sull’argomento è del 29 settembre 2009 – e lontano dall’essere completo, perciò è prevedibile che le prime situazioni d’uso reali si presenteranno negli anni a venire.
Via | The H Online

Google ha recentemente aggiornato le statistiche sulle percentuali d’uso delle varie codifiche caratteri nei siti web indicizzati.
Con il precedente aggiornamento, 18 mesi fa, avevamo assistito all’arrivo sul podio più alto per Unicode, mentre oggi assistiamo alla sua scalata inarrestabile verso il 50%.
Il problema per molti dei più comuni sistemi di codifica è l’impossibilità di rappresentare caratteri che provengono da culture differenti, mentre unicode consente di scrivere un documento in quasi tutte le lingue (comprese quelle morte) del mondo con i suoi oltre 100 mila caratteri.
La formula dei seminari sul web – o, webinar come vengono definiti – è cara a Sun, ma sta avendo un discreto successo anche presso altre aziende: è il caso di RightScale, una piattaforma di gestione per il cloud computing che è in uso tra gli altri sistemi da Ubuntu.
RightScale si appoggia essenzialmente su Amazon EC2 e consente il monitoraggio di vasti sistemi di virtualizzazione aziendali: nelle distribuzioni basate su Debian è accessibile attraverso Eucalyptus — sempre alla base del clustering per la virtualizzazione sui server dei prodotti di Canonical.
Un seminario interessante – che si terrà giovedì 14 ottobre – a iscrizione gratuita riguarda il cloud computing applicato al social gaming, organizzato in partnership con Zynga — il network che supporta applicazioni per Facebook come FarmVille e simili. Ovviamente in lingua inglese (e sul fuso orario di Londra), potrebbe costituire una risorsa interessante per gli sviluppatori.
Nell’imminenza del rilascio della prossima versione stabile di WordPress le notizie riguardanti le novità previste stanno subendo una prevedibile “escalation”: su queste stesse pagine ho accennato a qualche dettaglio sui plugin e sull’integrazione di oEmbed, ma le feature di rilievo per WordPress 2.9 sono molte di più.
Col rilascio della prima release candidate di WordPress è già possibile testare l’editor per le immagini integrato da WordPress 2.9 Beta 2 (se ne parlava su Downloadblog.it), ma la notizia – che personalmente auspicavo già dalla nascita del servizio annunciata su Domini.it – riguarda l’URL shortening con wp.me.
Proprio mentre scrivo queste righe è disponibile l’aggiornamento in inglese a WordPress 2.9, ma già con WordPress 2.8 (laddove si utilizzi il plugin di WordPress.com Stats) ci si può avvalere degli shortlink che erano inizialmente previsti soltanto per i blog ospitati su WordPress.com e che da oggi possono essere richiesti anche per il CMS installato sul proprio dominio.
Via | Ubuntu Block Notes
Tra gli aspetti più “virtuosi” di Google ce n’è uno che apprezzo particolarmente: mi riferisco alla tendenza a rendere pubbliche le tecnologie e le soluzioni che vengono implementate in azienda per risolvere problemi comuni. In questo caso mi riferisco al web design e alle diverse risoluzioni cui vengono effettivamente visualizzati i siti internet.
Pare infatti che controllando la resa di alcune pagine (il riferimento ufficiale è a Google Earth, per quanto possa essere utile saperlo) Bruno Bowden – software engineer presso Mountain View – si sia reso conto che la maggior parte degli utenti, in base alle statistiche del motore di ricerca, non visualizzasse il pulsante di download posto troppo di lato.
Da qui è nata l’idea di predisporre un tool che mostrasse al volo le dimensioni (con le relative percentuali) di visualizzazione più comuni: Google Browser Size è sostanzialmente un iframe che si sovrappone all’indirizzo selezionato per evidenziare i limiti di una pagina alle varie risoluzioni — si badi che non tiene conto dei layout “liquidi” e riguarda ciò che è visibile senza scroll.
Firebug – l’estensione per Firefox che consente il debug del codice sorgente delle pagine web – non ha bisogno di grandi presentazioni: si tratta di un plugin molto apprezzato da programmatori e designer e Google (ultimamente molto attenta a questo aspetto di internet) ha rilasciato un’integrazione che consente di valutare i tempi di caricamento delle singole pagine.
Page Speed è un’estensione per Firefox 3.5+ che può essere installata su Linux – anche con architetture a 64-bit – OS X e Windows, per il quale è disponibile anche un closure compiler opzionale. Rientra negli strumenti sperimentali di Google Webmaster Tools (è installabile anche dal proprio pannello d’amministrazione personale) e richiede Firebug 1.4.2 o, superiore.
Il plugin analizza diversi aspetti del codice tra cui l’impatto di JavaScript e CSS, la dimensione delle immagini, le tempistiche di risoluzione dei DNS e il peso dei cookie: i risultati dell’analisi – che sono comodamente esportabili – propongono soluzioni immediate come immagini e script compressi per salvare spazio e ottimizzare i tempi. Uno strumento che non può essere ignorato.
L’annuncio dell’inizio dello sviluppo di WebGL – il binding in JavaScript per OpenGL creato da Khronos – risale ad agosto di quest’anno, eppure fino a pochi giorni fa non era ancora stata resa pubblica la bozza delle specifiche tecniche di ciò che (insieme a HTML5) intende “rivoluzionare” il web col supporto 3D per i browser.
Nel supporto a questa nuova frontiera della navigazione in rete sono coinvolti tutti i principali produttori di browser – escludendo Microsoft, al solito – ma a porre l’accento sulla pubblicazione del draft è il team di WebKit — che ne aveva annunciato l’integrazione in settembre.
Curiosamente a distanza di pochi minuti è arrivata la conferma di Google (che in merito al web developing è diventato una sorta di mirror della fonte ufficiale di WebKit) che all’annuncio aggiunge sommarie istruzioni sul supporto a WebGL in Chromium: nonostante Mozilla e Opera – quest’ultima particolarmente coinvolta in HTML5 – stiano lavorando in parallelo, è evidente chi intenda arrivare primo al pieno supporto del 3D sui browser.