Data.gov e USAspendig.gov, i portali dell’e-government statunitense per gli open data, sono prossimi alla chiusura a seguito di una delibera di giovedì scorso del Senato degli Stati Uniti. Già in discussione, per risparmiare fondi a sostegno dell’intervento militare in Libia, subiranno un processo di “esternalizzazione” sui generis.
Sì, perché le piattaforme saranno sostituite (in forma strettamente ufficiosa) da soluzioni private. Anziché provvedere alla diffusione degli open data, lo Stato ha optato per la vendita delle informazioni a società di terze parti, che potranno o meno ridistribuirle in chiaro ai cittadini a propria discrezione. È un pessimo affare.
Benché, a detta dell’analista Steve O’Keeffe, Data.gov e USAspending.gov non abbiano soddisfatto le aspettative, i privati hanno “fiutato” un’opportunità di business e acquistato la proprietà intellettuale dei portali. Gli scopi non sono stati considerati come un problema dal Senato degli USA alle prese con crisi e debito pubblico.
Via | opensource.com
L’Unione Europea, in un periodo di crisi dei mercati e dei Paesi continentali, ha deciso d’estendere il periodo di durata del copyright di vent’anni: la proprietà intellettuale sarà così estesa da cinquant’anni a settant’anni. Il costo dell’operazione s’aggira attorno a 1€ miliardo e a pagare, ovviamente, non saranno i licenziatari.
Ad ammortizzare le spese per favorire ulteriormente siale major cinematografiche, sia quelle discografiche, saranno i contribuenti dei Paesi dell’UE. La decisione è stata presa lunedì scorso, con l’appoggio dei membri italiani: stando a Martin Kretschmer, amministratore dell’Università di Bournemouth, non hanno considerato i costi.
Analizzando la parte relativa alla discografia, per la quale la norma è stata concepita, l’esborso gioverà soltanto nel 28% agli artisti: il 72% è a tutto vantaggio delle multinazionali. Belgio e Svezia sono i Paesi che si sono opposti maggiormente. Chissà se le elezioni del Partito Pirata a Berlino potranno cambiare gli equilibri.
Via | The Register
Soltanto lo 0.2% dei portatili prodotti da One Laptop Per Child (OLPC), cioè circa 5.000 unità, prevede l’installazione di Windows XP: è uno stock offerto da Microsoft ed è estraneo alla formula prevista dalla distribuzione di XO-1. È quanto ha sostenuto con forza il gruppo di lavoro responsabile del progetto di Nicholas Negroponte.
La precisazione s’è resa necessaria, perché alcune indiscrezioni parlavano dell’abbandono di Linux e dell’open source da OLPC, anche in previsione del tablet di prossima realizzazione. Una possibilità, introdotta di recente con un aggiornamento, è quella di realizzare un dual-boot con Windows XP: tuttavia, pochi se ne sono avvalsi.
Una possibilità, al contrario, particolarmente popolare in America Latina è Sugared Wine, una versione di Wine dedicata a Sugar (l’interfaccia grafica open source di XO-1). La scelta di Linux non deriva dall’assenza di Windows XP sui processori ARM: Windows 8 non sarà preso in considerazione da OLPC, neppure per il prossimo futuro.
Via | OLPC

Mentre in Italia si discute, nella confusione più totale, la manovra economica per arrivare al pareggio del bilancio dello Stato entro il 2014… qualcuno ha pensato all’open source, per abbattere i costi dell’amministrazione pubblica e incrementare la trasparenza nel dialogo coi cittadini. È l’opinione di un connazionale, peraltro.
Andrea Di Maio, vice-presidente di Gartner Research, ha sottolineato l’«irrilevanza dei portali governativi» e la necessità di porre definitivamente rimedio alle carenze infrastrutturali dell’amministrazione pubblica sul web. Di Maio cita l’esempio di Takeo, una cittadina nipponica che ha spostato il sito istituzionale su Facebook.
Non è soltanto una questione di free software: l’open source è uno strumento valido già dal livello concettuale, per la trasparenza dell’attività dei governi nei confronti dei contribuenti. Di Maio non consiglia di trasferirsi sul social network di Zuckerberg, quanto d’approcciare i cittadini con modalità affini alle loro esigenze.
Continua a leggere: È tempo, per i governi, di “convertirsi” interamente all'open source
Il Kenya ha approvato venerdì un programma per gli “open data”: è il primo progetto simile nell’Africa sub-sahariana. La Kenya Open Data Initiative s’avvale di strumenti open source per offrire ai cittadini tutte le informazioni che riguardano l’apparato amministrativo dello stato, dalla demografia allo sviluppo economico del paese.
Il governo keniota ha appaltato a Socrata, una società privata, la creazione della piattaforma: grazie agli open data forniti dalle istituzioni Huduma, un progetto indipendente, potrà incrementare il servizio offerto attraverso Ushahidi. Quest’ultima è una soluzione open source di cui abbiamo parlato circa il terremoto in Giappone.
I cittadini potranno consultare le informazioni su educazione, economia, sanità, ecc. dal proprio cellulare con iHub. Il progetto del Kenya è considerato «tra i più completi al mondo» sugli open data. Nonostante gli sforzi di alcune realtà fortunate del nostro Paese, l’Italia non prevede nulla di simile. Qual è il vero terzo mondo?
Via | Ushahidi
Ieri è stato il giorno di GNOME3 e le reazioni alla major release del desktop non si sono fatte attendere: in particolare, due di queste sono arrivate da chi non ne fa un utilizzo quotidiano. Cioè da Mark Shuttleworth per Canonical e Stephan Assmus per Haiku. È soprattutto il secondo a offrirne un’opinione molto “particolareggiata”.
Shuttleworth si è limitato, com’era prevedibile, ad augurare il proprio in bocca al lupo al team di GNOME: ha già fatto discutere l’espressione usata per descrivere il PPA su Launchpad di GNOME3. Shuttleworth ha sostenuto che «sarà un successo» per Ubuntu/Ocelot, senza dare neppure un link al repository. Le sue parole sono sincere.
È vero che Ubuntu 11.10 non avrà la sessione classica di GNOME né prevederà l’installazione di GNOME Shell. Tuttavia la prossima release di Canonical effettuerà lo switch definitivo alle Gtk+3 e larga parte del desktop si baserà sul lavoro degli sviluppatori di GNOME. In questo caso non c’è dell’ironia nelle parole di Shuttleworth.
Continua a leggere: Alcune reazioni a GNOME 3/Shell da parte di chi però non lo utilizza

LibreOffice 3 sarà adottato ufficialmente da numerose distribuzioni: praticamente, da tutte quelle più diffuse. Chi, però, contribuisce maggiormente allo sviluppo della suite? Esistono dei dati, generati dai commit ricevuti dall’archivio di The Document Foundation su Git. Novell è in testa con 205 sviluppatori. Segue Oracle con 112.
Il francese Cedric Bosdonnat, laureato all’Institut National des Sciences Appliquées (INSA) di Lione, è un programmatore impegnato sullo sviluppo di OpenOffice.org per Novell. Col fork della suite, è passato a LibreOffice. Si occupa principalmente di gestire i repository della fondazione su Git, per cui ha accesso alle statistiche.
Il numero degli sviluppatori non corrisponde necessariamente alla quantità di codice prodotto, né può essere considerato un valore qualitativo. Red Hat contribuisce a LibreOffice con 39 sviluppatori, Canonical è entrata di recente nello sviluppo con 2. Tali informazioni mostrano gli equilibri esistenti all’interno della fondazione.
Via | Linux Journal
Il periodo pre-natalizio ha portato con sé molte novità per Linux – e, più in generale, per l’open source – in due ambienti: intrattenimento e produttività. Potete distrarvi con tanti nuovi giochi e preparare il ritorno in ufficio con una serie di soluzioni da OpenOffice.org 3.3 a Calligra (ex-KOffice) e LibreOffice 3. Quest’ultimo, dopo l’aggiornamento di giovedì, ha pubblicato un sito ufficiale dedicato al marketing della suite.
Non tutti sono entusiasti del lavoro di The Document Foundation, che procede a ritmi serrati per colmare il gap con quella che è destinata a essere l’ultima versione “libera” di OpenOffice.org. O, almeno, qualcuno tiene a sfatare dei miti su OOXML (il formato proprietario di Microsoft Office) e il suo rapporto con l’open source. È Miguel De Icaza, sviluppatore di GNOME e responsabile del progetto Mono di Novell.
Com’è noto OOXML (Open Office XML) ha ricevuto il rifiuto del consorzio ISO sulla richiesta di certificazione. Tutt’altro che abbattuti, gli sviluppatori hanno lavorato per risolvere i conflitti e sottoposto alla commissione una seconda domanda: il 2010 potrebbe sancire OOXML come standard internazionale. Quale che sia la vostra opinione in merito, la possibilità di scegliere è sempre un’ottima cosa. Così dice Google.
Via | The Document Foundation
Il netbook che Google ha cominciato a distribuire di recente per mostrare le potenzialità di Chrome OS è l’oggetto del desiderio di molti, ma non di Richard Stallman. Il fondatore di GNU ha espresso forti perplessità sulla sicurezza di un dispositivo che effettua il salvataggio dei dati personali esclusivamente in rete. Siamo abituati alle boutade di Stallman, tuttavia nella circostanza è molto difficile dargli torto.
In realtà, Stallman non è l’unico a diffidare del CR-48 (nome in codice del portatile di Google). Le posizioni sono profondamente diverse, però le critiche arrivano da ogni parte. Stallman ritiene che, un po’ come il cloud computing in genere, Chrome OS sia uno strumento per “uccidere” la privacy degli utenti. Il disco allo stato solido contiene solo il sistema operativo e tutto il resto è salvato nel profilo di Google.
Altre teorie mettono da parte la sicurezza dei dati personali, criticando il device in se stesso. Il CR-48 non ha il multi-touch, né uno slot per schede SIM e monta un comune processore Intel Atom (cui tanti avrebbero preferito ARM). Un netbook che è obsoleto all’esordio, quindi… sempre considerando che è solamente un prototipo e non ne è prevista la vendita. Restano i dubbi su privacy e gestione dei dati.
Via | The Guardian
Tim Falconer è un responsabile di Waveplace, un’organizzazione che si prefigge lo scopo di raccogliere fondi per distribuire dei laptop con cui possano studiare i bambini dell’area caraibica. Ovviamente, l’hardware in questione è XO del progetto OLPC di Nicholas Negroponte. Rientrato da Haiti, Falconer ha redatto un articolo in cui sostiene l’importanza dell’e-learning contro il modello standard.
Per certi versi, la conclusione di Falconer è un po’ la scoperta dell’acqua calda… eppure l’assunto per cui «la scuola non è un edificio» ha una validità che dovremmo considerare anche in Italia. Pensate all’Abruzzo o, alle recenti alluvioni che hanno colpito Campania e Veneto. Cambiare l’approccio allo studio attraverso la tecnologia (e le soluzioni open source) avrebbe ridotto i tempi dell’interruzione curricolare.
Ciò non significa che la scuola sia soltanto un luogo dove apprendere: le occasioni di socializzare sono sempre meno nella nostra società e il ruolo degli istituti scolastici non può essere sostituito da internet. Tuttavia, Falconer sottolinea un aspetto che i governi dovrebbero fare proprio. Non mancano anche in Italia gli esempi positivi, ma l’istruzione è tuttora ancorata a modelli decadenti come troppi edifici.
Via | OLPC