SUSE Studio, la risorsa di SUSE per le network appliance, ha introdotto un’altra novità questa settimana: dopo il pannello d’amministrazione, SUSE Manager, è arrivato il supporto sperimentale a Virtual Hard Disk (VHD) — il formato di Microsoft per i dischi virtuali di Hyper-V. Le appliance dedicate possono essere compresse con ZIP.
La nuova funzionalità può essere abilitata dalle impostazioni del proprio account di SUSE Studio: al solito, è richiesta un’attivazione esplicita. La scelta di fornire una compressione con ZIP, anziché TAR/GZ, è stata effettuata per non dover richiedere l’installazione di applicazioni di terze parti – come 7-Zip – su Windows Server.
Il beneficio immediato è nella possibilità di generare immagini per SUSE Linux Enterprise 11 SP1 od openSUSE 12.1, da virtualizzare con Hyper-V sotto Windows Server 2008 e 2008 R2. openSUSE richiede l’installazione di alcune dipendenze aggiuntive: la preparazione delle immagini dovrebbe impiegare più tempo di SUSE Linux Enterprise.
Via | SUSE
SUSE Manager è un nuovo pannello d’amministrazione per gestire le applicazioni create da SUSE Studio, che risiedano in server esterni. Come altre risorse di SUSE per le network appliance, è proposto in versione gratuita – integrata nell’interfaccia web di SUSE Studio – o acquistabile per installazioni self-hosted della piattaforma.
Se, ad esempio, un’applicazione è predisposta per funzionare su piattaforme come EC2, SUSE Manager effettua automaticamente il bootstrap e permette di gestire la configurazione o l’aggiornamento da SUSE Studio. È disponibile tra le impostazioni delle appliance: chi avesse esigenze più specifiche può scaricarne una versione di prova.
L’accesso alle appliance riconosce sia il dominio, sia l’indirizzo del server sul quale risiedono. L’installazione di SUSE Manager nel proprio account di SUSE Studio, per quanto riguarda la versione integrata sui server di SUSE, avviene on demand al primo utilizzo del pannello di controllo: non è disponibile a priori, se non serve.
Via | SUSE
Netflix è un servizio di noleggio per i film e le serie televisive in streaming: non è ancora disponibile in Italia, ma potrebbe arrivare nel 2012 con l’espansione ad altri quarantacinque Paesi. Gli sviluppatori hanno inaugurato un nuovo progetto riservato al rilascio di prodotti open source, dove restrizioni regionali non contano.
In particolare, Netflix utilizza una serie di soluzioni open source per amministrare i propri servizi: la più importante è Apache ZooKeeper. All’interno di Netflix, ZooKeeper gestisce l’esposizione dei dati presenti nei database alle più disparate applicazioni. Ritenuto piuttosto “ostico” per lo scopo, è stato integrato con Curator.
ZooKeeper è un sistema centralizzato per la distribuzione dei servizi alle applicazioni da un’unica interfaccia. Gli sviluppatori hanno incontrato delle difficoltà che sono riassumibili in tre categorie: la sincronizzazione coi server, la perdita della connettività e l’interruzione delle sessioni. Curator cerca di risolverle tutte.
Continua a leggere: Netflix ha concepito Curator, una risorsa basata su Apache ZooKeeper
BerliOS potrebbe restare aperto e continuare con la propria attività, ospitando numerosi progetti di software libero. L’ipotesi è quella di creare una nuova fondazione, entro la fine di novembre, per assicurare una copertura finanziaria all’infrastruttura necessaria per l’erogazione degli attuali servizi. Non sono molti i dettagli.
L’annuncio è apparso sulla pagina iniziale di BerliOS e i responsabili ne stanno discutendo sulla mailing list del progetto. Il Fraunhofer Institute for Open Communication Systems (FOKUS) è costretto a “bloccare” i fondi per il mantenimento di BerliOS a causa della crisi economica internazionale, essendo un portale non remunerativo.
In sostanza, il FOKUS non può pagare degli impiegati per il mantenimento di BerliOS e dal 2012 non potrà garantire l’utilizzo dei server che ospitano i vari progetti. Trovare dei volontari per l’amministrazione dell’infrastruttura non è un problema: la nuova fondazione no–profit dovrà provvedere al pagamento di un provider esterno.
Via | The H Open
Open Source Routing è un nuovo progetto di Google e Internet Systems Consortium (ISC), un’organizzazione no profit, per riprendere lo sviluppo di Quagga e rendere possibile la realizzazione di una risorsa di routing estremamente personalizzabile e dai costi contenuti. Quagga è un fork per GNU Zebra, una soluzione ormai abbandonata.
La piattaforma si rivolge a imprese di medie e grandi dimensioni e consiste, essenzialmente, nella somma di tre componenti: OpenFlow, uno standard di routing concepito da Google; Application-Layer Traffic Optimization (ALTO), un protocollo di rete ad hoc; Software Defined Networks (SDN), un sistema di controllo della configurazione.
La finalità di Open Source Routing è abbassare i tempi di latenza per l’assegnazione degli indirizzi all’interno d’un network, migliorando le prestazioni e ottimizzando la configurazione dei router aziendali. Google sfrutta lo stesso metodo con Open LSR, la soluzione di routing interna a Mountain View che funziona con Open vSwitch.
Via | GigaOM
Con ownCloud 2.0, l’alternativa libera alle piattaforme per cloud computing raggiunge un importante obiettivo nel confronto con iCloud, Dropbox, ecc.; la soluzione di openDesktop.org supporta la sincronizzazione tra i dispositivi, le applicazioni web e/o “native” e l’integrazione coi file manager dei diversi ambienti per il desktop.
Orientata a KDE, ownCloud 2.0 può dialogare con Dolphin per un rapido accesso ai documenti: grazie alle nuove specifiche gli sviluppatori possono realizzare delle estensioni per supportare altri file manager. Ad esempio, Nautilus. Tutte le applicazioni che integrano il protocollo remoteStorage sono già compatibili con ownCloud 2.0.
Il principale vantaggio di ownCloud risiede nella possibilità di realizzare una piattaforma per il cloud computing indipendente e libera dal controllo di terze parti. La prossima major release è programmata per l’inizio del 2012. L’interfaccia web è multi-piattaforma: le applicazioni “native” sono ancora un po’ troppo legate a KDE.
Via | KDE News
Cloud.com, una delle più popolari piattaforme per il cloud computing, è stata acquistata da Citrix appena il mese scorso: ne avevamo già parlato perché è alla base del successo di Zynga. Finalmente il prodotto di punta per Cloud.com, CloudStack, è diventato open source al 100%. Citrix ha “liberato” la parte commerciale dei sorgenti.
La notizia è piuttosto importante, per il settore del cloud computing, perché CloudStack 2.2.10 (il primo rilascio completamente open source) offrirà la prima infrastruttura a supportare pressoché ogni prodotto per la virtualizzazione, inclusi quelli dei “rivali” di Citrix. Xen.org, QEMU/KVM, VMware e Oracle VM: manca solo Hyper-V.
La soluzione di Microsoft sarà integrata nell’imminente futuro di CloudStack e Citrix ha già in programma Project Olympus, un fork di OpenStack (la piattaforma di NASA e RackSpace). Per il momento la società ha “liberato” il 98% del codice dei propri prodotti. Collaborando con VMware supporterà ESXi e vSphere a un sesto del prezzo.
Via | The Register
Micro Cloud Foundry è la nuova soluzione di VMware per portare la Platform-as-a-Service su desktop e laptop. Si tratta di un “riproduttore” del cloud computing aziendale per lo sviluppo e il testing da remoto su sistemi dalle risorse più ridotte. Include Node.js, Ruby on Rails, Java e MySQL. È un prodotto freeware con VMware Player.
Lo scopo del player è replicare in locale un’istanza della piattaforma di PaaS aziendale: Cloud Foundry è offerto in due soluzioni, una proprietaria e una open source. Entrambe si basano su Ubuntu Server a 64-bit. Micro Cloud Foundry prevede la registrazione di un account sul portale di VMware: gestisce le sessioni via Dynamic DNS.
VMware promette d’aggiornare Micro Cloud Foundry con ulteriori servizi, database e linguaggi per proporre una soluzione ancora più completa. Un limite è nella richiesta di registrazione su VMware: tuttavia, il player può “puntare” a installazioni di terze parti su Cloud Foundry che sfruttano il codice aperto (pubblicato su GitHub).
Via | GigaOM
Open Cloud Initiative è il nome scelto per una nuova organizzazione di pubblica utilità sul cloud computing. È stata presentata a Portland, in Oregon, durante l’OSCON 2011 di O’Reilly Media: la struttura è quella che, in Italia, definiremmo come una “società di persone”. Intende stabilire dei princìpi comuni per imprese e individui.
La necessità primaria dell’Open Cloud Initiative è quella di rendere «fungibili» le infrastrutture per il cloud computing: significa, in sostanza, garantire l’importazione e l’esportazione dei dati da una piattaforma all’altra. La soluzione è nell’utilizzo di standard aperti, come accade a StatusNet per il microblogging di OStatus.
Il paragone con StatusNet non è casuale perché tra i promotori di Open Cloud Initiative figura proprio Evan Prodromou, il Chief Technical Officer (CTO) della società canadese. La scelta di utilizzare del software open source è alla base degli Open Cloud Principles sostenuti dalla nuova realtà per l’adeguamento delle infrastrutture.
Via | ReadWriteWeb
Facebook ha trovato la motivazione per bloccare Social OX: è la funzionalità di Open-Xchange offerta in prova su OX I/O per esportare i contatti dal social network. Neppure il tempo d’aggiornare il server e Facebook ha inibito l’uso delle API: la giustificazione è che «le informazioni possono già essere scaricate» dalla piattaforma.
Questo è vero solo in parte, perché Facebook offre la possibilità di scaricare un “riassunto” dei dati forniti al social network nel quale è inclusa la lista nominale degli amici. Per accedere alle e-mail occorre visitare il profilo di ognuno, ammesso che si abbia l’autorizzazione a visualizzare il recapito della posta elettronica.
Social OX provvedeva automaticamente ad associare la lista dei nomi degli amici di Facebook agli indirizzi in chiaro ai quali si ha accesso: il blocco di OX I/O non impedirà all’aggiornamento di Open-Xchange d’effettuare la stessa procedura dal proprio server. Resta una censura ingiustificabile, se i dati sono davvero degli utenti.
Via | CNET News