Il progetto che mi accingo a presentare non è un’iniziativa istituzionale, ma una proposta dal basso (come si suol dire). È un gruppo di cittadini, coinvolti a vario titolo nella pubblica amministrazione, che ha costituito l’Associazione Italiana per l’Open Government con l’intento di sensibilizzare all’introduzione dei raw data nel Paese. Spesso abbiamo parlato della necessità di rivoluzionare l’approccio alla politica.
Qualcosa si sta già muovendo grazie ad alcuni servizi di Linea Amica e agli sforzi dei privati: molta strada dev’essere ancora percorsa. Il primo tassello è la stesura di un manifesto che identifichi i punti essenziali al dialogo tra governo e cittadinanza. La redazione è aperta al contributo di tutti grazie a una pagina su Facebook per raccogliere commenti, critiche, suggerimenti. Non è un’iniziativa politicamente ideologizzata.
L’Associazione raccoglie una lista di progetti basati sulla distribuzione degli open data, riportandone fonti e tipologie. Il sito propone un sondaggio su quali siano le informazioni che dovrebbero essere liberate per prime: com’è prevedibile, i risultati vedono un netto vantaggio dei bilanci della pubblica amministrazione sulle altre opzioni. In meno di un giorno d’attività l’iniziativa ha già riscosso un discreto successo.
Immagine | Wikipedia
Domenica si parlava di open data in relazione ai pregiudizi sociali: purtroppo la discussione ha preso una piega diversa dall’intento dell’editoriale, ma per fortuna la situazione italiana offre degli spunti più interessanti. Il Ministero per l’Innovazione, guidato da Renato Brunetta, sta lavorando a delle nuove iniziative e possiamo escludere le premesse che hanno sempre caratterizzato la loro recensione.
Introducendo le novità istituzionali abbiamo sempre dovuto sottolineare che non si trattava di open data. Fino a ieri, perché Linea Amica (il servizio di feedback sull’efficienza della pubblica amministrazione) ha finalmente adottato gli open data. Non si tratta del protocollo di Microsoft, ma il progetto è conforme agli standard internazionali ed è stata coniata una licenza compatibile con le Creative Commons.
I particolari dell’iniziativa, “esternalizzata” a Formez PA, sono consultabili sul sito di Linea Amica. La licenza IODL 1.0 ideata da Formez PA è conforme, oltre alle Creative Commons, a quegli Open Data Commons formalizzati dai Paesi anglosassoni. La banca dati può essere scaricata in formato CSV previa inserimento di alcuni dati personali: si poteva fare molto di più, ma è comunque un inizio incoraggiante.
Via | IWA Italy
Creative Commons, l’organizzazione nota per le licenze modulari che abilitano con facilità la ridistribuzione dei contenuti, ha aggiunto nuovi termini di rilascio. Public Domain Mark 1.0 è la licenza concepita per identificare quei progetti che sono concepiti per il pubblico dominio. Oltre alla nota formula che prevede di comporre termini di licenza selezionando una delle opzioni tra attribuzione, uso commerciale/non commerciale e modifica dell’opera originale, Creative Commons offriva già degli strumenti per semplificare l’identificazione delle licenze esistenti (tra cui la GNU/GPL e la GNU/LGPL).
L’introduzione del Public Domain Mark rientra in quest’ultimo programma. Non si tratta di rivedere il concetto di pubblico dominio, ma di sfruttare degli strumenti per renderlo immediatamente riconoscibile. Il senso è quello di abbattere le barriere tra istituzioni e utenti: il problema più evidente dei termini legali è la difficoltà nel comprendere cosa sia lecito e cosa, invece, no. Creative Commons ha predisposto un rapido wizard per aiutare chi amministra la divulgazione dei contenuti ad applicare il PDM e nella definizione per l’utente finale ha incluso delle note per semplificarne la lettura.
Com’è consuetudine di Creative Commons, per rendere più efficace la spiegazione del Public Domain Mark è stato fatto un esempio concreto. Si tratta di Europeana, un portale finanziato dall’Unione Europea che è tradotto in pressoché ogni lingua comunitaria e raccoglie contenuti multimediali dai musei e dalle gallerie di tutto il continente. Europeana propone contenuti di pubblico dominio ed è stata la prima ad abbracciare il PDM perché i cittadini possano capire immediatamente i termini legali che proteggono le opere. Europeana è anche in italiano e mostra contributi dal nostro Paese.
Via | Creative Commons

The Bill & Melinda Gates Foundation ha annunciato un finanziamento di $20 mln. a Next Gen Learning Challenges, un progetto per aiutare gli studenti a rischio d’abbandono degli studi con la tecnologia. Il programma aveva già incassato l’appoggio di fondazioni del calibro di The William and Flora Hewlett Foundation. Qual è la notizia, allora? È presto detto.
Il progetto cui lo stesso Bill Gates ha accordato pubblicamente l’appoggio in un’intervista parla in modo chiaro di open licensing e richiede, per la partecipazione al bando di concorso, l’utilizzo di una licenza Creative Commons. Next Gen ha indetto un contest per raccogliere nuove idee riguardo la propria missione e imposto CC-BY per l’accettazione dei progetti.
Ciò che può sembrare un dettaglio trascurabile è in realtà molto importante. Specie perché Gates, per nulla impressionato dalla parziale contraddizione, ha identificato in questo tipo di iniziative «l’unica speranza» per il futuro. Certo, Gates non si occupa più in prima persona di Microsoft: qualcosa, però, si sta muovendo. Speriamo che pure Steve Ballmer lo colga.
Via | The New York Times
Free to Learn è idealmente il seguito di Free Culture, l’opera del 2004 di Lawrence Lessig su cultura digitale e proprietà intellettuale. Analizzata la situazione de facto, è tempo di passare all’azione: Hal Plotkin (autore dell’e-book) introduce e cerca di spiegare il concetto di Open Educational Resources (OER) rivolgendosi agli educatori. L’intento è quello di sensibilizzare all’uso di strumenti liberi per l’istruzione con o, senza l’appoggio delle istituzioni scolastiche e accademiche. Ciò è teso ad aumentare le possibilità d’apprendimento, riducendo i costi a carico di insegnanti e studenti. In Italia si tradurrebbe anche in una esplicita campagna di boicottaggio al monopolio della cultura imposto dall’editoria per l’istruzione.
Le OER sono risorse culturali disponibili come pubblico dominio, oppure rilasciate sotto licenze permissive che ne consentono la libera modifica e distribuzione attraverso i canali più disparati. Il riferimento a Creative Commons, ecc. è tutt’altro che sottinteso. Le argomentazioni di Plotkin non si limitano certo alla riduzione dei costi: il notevole vantaggio delle OER consiste piuttosto nella crescita di ricerca e sviluppo offerto dalla scrittura collaborativa. Una contraddizione evidente con le consuetudini editoriali che anche nel nostro Paese evidenziano i limiti dell’esclusività del diritto d’autore in ambito educativo. In alternativa al modello tradizionale, Plotkin cita il caso di OpenCourse Ware del MIT e lo propone come riferimento.
La scarsa attenzione delle istituzioni alle OER è dovuta a numerosi fattori. Non è soltanto una questione economica legata al mercato editoriale, ma anche un problema di consuetudini che i centri culturali faticano ad abbandonare. Traslando la situazione al caso italiano, le cosiddette “baronie” universitarie non sono granché inclini a riconoscere un rapporto paritario tra insegnante e discente per una crescita collettiva. Retaggio di un sistema gerarchico di ostacolo alla meritocrazia che il modello delle OER è destinato a sgretolare. La diffusione in rete delle scoperte scientifiche e la modifica collaborativa delle pubblicazioni divulgative è un’importante risorsa educativa di cui studenti, ricercatori e insegnanti non possono continuare a ignorare l’esistenza in eterno.
Continua a leggere: Hal Plotkin ha scritto Free to Learn, una guida per l'educazione libera

Continuano a emergere buone notizie dal fronte Microsoft. Gli strumenti per sviluppare programmi secondo i princìpi di sicurezza previsti dal Security Development Lifecycle saranno disponibili come Creative Commons BY-NC-SA 3.0. Tutte le applicazioni Microsoft da Windows Vista in avanti sono state sviluppate con SDL, un processo inaugurato solo nel 2002.
Precedentemente gli strumenti per SDL erano protetti da una licenza che ne consentiva la distribuzione soltanto ai partner. La scelta di rendere ridistribuibili gli elementi costitutivi del processo renderà più semplice l’integrazione di SDL in software di terze parti. Il Security Development Lifecycle è stato concepito come un progetto del Trustworthy Computing.
David Ladd ha spiegato con un intervento dettagliato sul cambio di licenza che i primi documenti rilasciati sotto Creative Commons sono la Simplified Implementation of Microsoft SDL e il Microsoft Security Development Lifecycle - Version 5.0. Si tratta di due documenti in lingua inglese sulle linee guida di SDL: è ancora presto per poterne scaricare il toolkit.
Via | MSDN
Vimeo è una popolare piattaforma per l’upload dei video, simile a YouTube e offerta sia gratuitamente, sia a pagamento. Da un paio di giorni Vimeo ha scelto d’impostare Creative Commons come scelta predefinita per la distribuzione dei contenuti degli utenti registrati.
Era già possibile scegliere una delle licenze proposte da Creative Commons per la diffusione dei video caricati, ma Vimeo ha deciso di andare oltre impostando l’opzione Share Alike in default. Mossa coraggiosa e certamente apprezzabile per la comunità open source.
L’aspetto più interessante della scelta di Vimeo è nella spiegazione che il servizio indica agli utenti che accedono al proprio account. È precisato come Creative Commons non inficia la proprietà intellettuale delle pubblicazioni e si può scegliere di distribuire i video con le altre formule di licenza previste. L’unico limite è l’uso esclusivo dell’inglese su Vimeo.
Sabato 19 sono stato al MusiCamp 2010 che si è tenuto nella sede dell’associazione Gheroartè a Corsico (MI): è stata un’occasione per parlare di software libero a trecentosessanta gradi. Tra le varie performance musicali si è svolto il BarCamp ed è intervenuto Marco Caiani di GNUFunk, un collettivo pavese appassionato di FLOSS che promuove diverse iniziative legate alla musica e più in generale alla libertà d’espressione.
Marco ha presentato GNUFunk Radio, il progetto più attivo del gruppo: è una web radio (ascoltabile in streaming o podcast) che trasmette brani scaricabili in libertà grazie alle licenze Creative Commons e programmi dedicati alla lettura di pubblicazioni libere. L’intero palinsesto segue i princìpi di GNU e chiunque può suggerire nuovi contenuti o, chiedere di curare una trasmissione. Un’iniziativa encomiabile, da seguire e imitare.
Il lato più apprezzabile dell’intervento di Marco è stato nella lucidità con cui ha trattato l’argomento del free software, troppo spesso affrontato come pura filosofia. I ragazzi di GNUFunk hanno i piedi piantati per terra, senza per questo dover rinunciare alle prerogative del FLOSS. Un approccio “funky” che ribadisce l’esigenza di evolvere il modello di business dell’open source perché i progetti superino il mero volontarismo.
Foto | Flickr

Pochi giorni fa si è tenuta la conferenza annuale di Facebook e ha portato con sé una serie di novità che sono destinate a impattare con l’uso che gli utenti fanno di internet quotidianamente — ci piaccia, oppure no: dal punto di vista dell’open source ci sono diversi aspetti positivi in realtà… ma di questi parleremo in un altro momento, se sarà opportuno.
Un aspetto che può essere considerato “rivoluzionario” riguarda invece i contenuti del più popolare tra i social network: sebbene chiunque possa ancora pubblicare qualsiasi amenità su Facebook, con l’introduzione delle Community Page – l’equivalente delle pagine dei wiki – l’approccio della piattaforma agli UGC è cambiato (in meglio, per quanto mi riguarda).
Già dalla pagina d’esempio che Facebook ha utilizzato per promuovere la novità appare evidente il coinvolgimento di Wikipedia come base del sapere condiviso — naturalmente condiviso sotto una licenza Creative Commons: un’opportunità accolta positivamente dalla stessa fondazione, che ne sottolinea l’importanza riguardo alla sopravvivenza di Wikipedia.

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